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Non vedevo nulla, sentivo solo dei fortissimi odori che mi frastornavano, pizzicandomi il naso, e nelle orecchie continuavano ad entrarmi i lamenti dei miei fratelli. Erano i primi giorni di agosto, mentre venivo tirato fuori da quel cassonetto della spazzatura tra gesta impacciate, urla, pianti e risa, una cagnolina di circa tre anni che si sarebbe chiamata Liquirizia stava entrando in una Toyota Yaris. Una signora però si avvicinò di corsa: “No, mi scusi, c’è stato un grosso errore, questo cane ha già un padrone. Ho sentito la segretaria per le adozioni, vengono a prenderla domani.”
La ragazza della Yaris passò la cima del guizaglio alla signora, fece una carezza veloce al cane e salì in auto. Non uscivano lacrime e neppure parolacce. Atterrita. Sconfortata.
-Non è destino, non devo proprio prendermi un cane, è un chiaro segnale del destino. - stava pensando alla guida verso casa.
I giorni seguenti furono un alternarsi di alti e bassi tra feste, occhi puntati, mani che mi sollevavano, momenti di timoroso silenzio, incerte attese, mal di pancia e lamenti ascoltati. Tutto questo chiuso per lo più del tempo nello scatolone inumidito di pipì, mentre la ragazza della Yaris se ne stava comodamente al sole sulla spiaggia.
Poco prima di Ferragosto, una sera al rientro dal mare, l’auto cambiò direzione e si diresse verso una libreria dell’altra parte della città. La ragazza scese a cercare un libro che non riusciva a trovare da nessuna parte. Il titolo era Felicità(r). Non lo trovò, quindi risalì in macchina passando vicino ad una toelettatura per animali; l’occhio scrutò verso degli annunci appesi dentro.
In quel momento uscì una signora: “ Ha bisogno di qualcosa?”
“No scusi, stavo cercando di leggere quegli annunci”
“Vuole prendere un cane?”
“Ehm, ehm, io…”
“Perchè sa, dei ragazzi l’altro giorno sono passati per dirmi che avevano trovato quattro cuccioli in una spazzatura e cercavano qualcuno a cui darli. Ecco il numero di telefono.
“Ehm, ehm io…grazie”
Un piede era ancora fuori dall’auto mentre la mano destra componeva il numero sul cellulare.
“No, mi spiace li abbiamo già dati via, mi dispiace tanto.”
Chiuso il telefono, una smorfia di “tanto lo sapevo” si stava componendo sul viso della ragazza, quando come un flash, un’ispirazione, un istinto primordiale, un segnale del destino, sentì riecheggiare quel “mi dispiace tanto”.
“E perchè – pensò la ragazza – dispiacersi tanto.”
Schiacciò il tasto delle chiamate effettuate.
“Scusa, come li avete già dati via, nel senso che li avete già piazzati tutti?”
“No, non abbiamo trovato nessuno, i nostri genitori non hanno voluto farceli tenere e li abbiamo portati al canile.”
“Il canile della città? Grazie, vado là, grazie ancora.”
Messaggio sulla segreteria telefonica qualche minuto dopo: - Ho saputo che hanno portato lì quattro cuccioli trovati nella spazzatura. Ho ascoltato i vostri orari di visita, mercoledì pomeriggio passo da voi. -
Passarono ansiosamente un paio di giorni, mentre io ero nella gabbia, dopo essermi fatto una notte fuori dal cancello del canile tra ululati di altri cani e dopo essermi pisciato addosso un’infinità di volte, la ragazza si mise al volante della Yaris in direzione del canile.
-Se non sono di taglia troppo grossa ne prendo uno. Non devono essere di taglia superiore ai dieci o dodici chili, se no tenerlo in casa diventa un casino. Speriamo che ci sia una femmina, vorrei una cane femmina, sono più facili da gestire e più docili. - pensava la ragazza mentre schiacciava sul pedale dell’acceleratore.
Il tipo al cancello del canile le disse che sulla taglia non sapeva dire molto, a vederli, dalle zampe e dalla testa, sarebbero diventati probabilmente sui quindici chili almeno. Erano tre maschi ed una femmina.
La ragazza incerta pensò che essendoci una sola femmina non avrebbe dovuto nemmeno sceglierne uno tra i quattro, togliendosi da questa crudele e imbarazzante selezione. Però rimaneva il dubbio della taglia, se diventava enorme farla stare in un bilocale sarebbe stata dura.
Il tipo del canile colse al volo quel incespicante pensiero e insistette a farla entrare a vederli di persona.
La ragazza passò le varie gabbie mentre tutti gli abbaii e i colpi sulle sbarre metalliche le entravano nel cuore, e giunse in una specie di ripostiglio pavimentato con una porta fatta di grata.
Subito si avvicinarono tre cuccioli marroncini con sfumature e chiazze differenti. Piangevano, abbaiavano, si agitavano sulla porta. Erano in effetti tutti rotondetti, con zampottone vivaci che picchiavano sulla rete.
“Qual è la femmina?”
L’uomo del canile aprì la porta e li prese uno ad uno, intanto i tre cuccioli si infilavano tra i quattro piedi dei due bipedi in una triste confusione di coccole.
La ragazza intontita dai tre cuccioli da salvare si sbloccò dispiegando le ginocchia:
“Scusa, ma non erano quattro?”
“Sì l’altro è lì” rispose il tipo del canile indicando una macchia nera attaccata al fondo nel buio.
Sdraiato, silenzioso ed anche un po’ stanco me ne stavo mimitizzato laggiù.
“Ehi bello vieni qua?” Provò ad incitarmi la ragazza che doveva aver letto su qualche rivista cinofila che nella scelta di un cane è importante vedere che, per quanto un po’ comprensibilmente spaventato, il cucciolo non sia troppo ritroso.
Feci uno sforzo e mi spinsi avanti. Due zampate, un giretto e rassegnato tornai nell’ombra, sfuggendo alla confusione ed ai colpi degli altri tre cuccioli davanti.
La ragazza tolse lo sguardo, prese un respiro verso la parte esterna di quel particolare ripostiglio, rimase immobile qualche secondo. Poi si girò, fissò negli occhi il tipo del canile abbozzando un timido sorriso e disse sicura: “Prendo quello nero”.
E così mi toccò una veloce doccia fredda nel lavandino del canile per togliermi almeno un po’ di tutta quella pipì e popò incrostata e fui rimesso dentro il mio scatolone, appoggiato, questa volta, sul sedile della Yaris.
“Iniziamo subito a capirci bene, qui comando io, e tu non piangere che non mi commuovo, là non piangevi che piangi a fare ora? Zitto e buono, il capo branco sono io.”
Dopo quasi tre anni di convivenza penso abbia capito come stiano realmente le cose.
Eppoi si vedeva che faceva la dura ma era terrorizzata almeno quanto me. Quando appoggiò la scatola in mezzo al corridoio ed io saltai finalmente fuori sdraiandomi lì vicino con lo stomaco sottosopra, che rimanga fra noi ma guida da cani, la vidi impalata fissarmi e sbiascicare qualcosa del tipo “Oddio l’ho fatto, l’ho fatto sul serio.”
Ho capito in quel momento che quella sarebbe stata la mia casa per sempre.
La vita è così, è imprevedibile. Ci sono a volte delle combinazioni strane del destino, e quando tutto sembra volgere al peggio, all’improvviso succede qualcosa di inatteso, impensabile, e si volta pagina.
Era il 17 agosto 2005 quando la ragazza della Yaris venne a prendermi. Quella data è ancora cerchiata in tutte le sue agende.

P.S.: Io oggi peso circa dieci chili (ero gonfio per i vermi da cucciolo) ed anche i miei due fratelli e la mia sorellina sono stati adottati prima della fine di quel terribile meraviglioso agosto.
In quelle seguenti settimane è stato pure trovato e comprato il libro Felicità(r) di Will Fergurson che consigliamo a tutti.
Ogni anno, a giugno, la mia coinquilina scrive un testo contro l’abbandono dei cani. Quest’anno l’ho fatto io, a mio modo, raccontando, anche per questo, un frammento della mia storia, che dedico ai cani ancora chiusi nei canili, in attesa di un segno di speranza.

Amleto già sapeva

Durante i primi anni tu, muovendoti a gattoni, cerchi di conquistarti le prime sicurezze, e pare che anche la gente intorno faccia di tutto affinchè tu possa sentirti sicura o perlomeno rassicurata.
Poi ti accorgi che un sistema basato solo sulle sicurezze cede o, se sei forte nel mantenerlo, ti limita. L’incerto è bello, curioso, eccitante. Forse quando lo decidi tu.
Ma poi c’è anche quella frase “un uomo saggio non è quello che cerca di costruirsi un sistema di sicurezze ma quello che sa gestire un sistema di incertezze.” O qualcosa del genere, già, dove l’avevo sentita ’sta frase? Ad uno stage di marketing probabilmente. Il bello del marketing: è la scienza del buon senso. La si può applicare ad un mercato, ad un prodotto, ed anche a se stessi. Mon Dieu, mais non, io un prodotto su uno scaffale. Mai! Scendo e seguo i consigli di mia nonna, quelli che ho ascoltato e per quelli che non ho ascoltato mi affido al meteo di frate indovino.
Volendo poi c’è pure l’oroscopo, ce ne sono tanti da poter scegliere la versione che preferisci. Ho conosciuto un toro, ottima intesa, ma se non mi piacesse più ho sempre l’ascendente nella manica che mi può salvare: pesci e scorpione, non dura.
Le incertezze di una donna sono tante, e se non prendi la pillola sono ancora di più. Quale è il miglior metodo per depilarsi? Mèches o non mèches?
E ora aggiungo che la mattina ti alzi, ti vesti e sali in auto, fai pochi metri e non sai se oggi dovrai andare a destra o a sinistra. Almeno in questo caso non hai responsabilità, c’è una freccia che indica la scelta al tuo posto.
A volte per andare a lavorare scelgo appositamente percorsi differenti, chi lo diceva? Neruda, così non si muore dentro. Da qualche tempo però la strada me la indica ogni mattina una freccia. Una freccia bianca su un cerchio blu, ogni tanto girata a sinistra, ogni tanto capovolta a destra. Bastano due operai del gas a fare due lavori sulla strada che porta a casa tua, che durano ahimè due mesi, per generarti questa ulteriore incertezza. Destra o sinistra? Eh sì, cambia, perchè se sei già in ritardo di qualche minuto e la freccia indica sinistra, prendi in mano il cellulare e chiama già l’ufficio per un permesso: arriverai sicuramente in ritardo. Se la freccia segna destra, chiediti se all’incrocio ci sarà colonna. Potrebbe darsi che in un minuto tu sia sull’argine, oppure puoi sceglierti pure il cd da ascoltare con tutta calma, ne avrai di tempo da star seduta in auto.
E così sono due mesi che la mia incognita è quale strada dovrò fare oggi per andare a lavorare. Ma anche, se trovassi la strada completamente bloccata alle auto? E per quanto tu sia risoluta i dubbi non si placano. Perchè già, brava, lascia l’auto fuori dalle transenne con le quattro frecce, facendo fessi gli operai-occupanti e corri a casa a prendere il cane per portarlo subito fuori. Sei stata furba, ma il dubbio è un tarlo. Lo sai se passa di lì un vigile e ti fa la multa? Perchè a lui non interessa che la strada è da settimane diventata un cantiere, che tu sei stanca, che torni veramente nel giro di pochi minuti, giusto il tempo di prendere con te il cane. E le quattro frecce? Ah no, non ti attaccare a quelle. Non c’è tempo per fermarsi a riflettere. Qui nessuno aspetta te o le tue quattro frecce. Attenzione. Sei bloccata in mezzo alla strada e dai solo fastidio a chi ti deve aggirare o raggirare. Che modi sono, fermarsi a riflettere? Le quattro frecce non valgono più, non c’è tempo per valutare qual è la scelta migliore, non c’è tempo neppure per valutare qual è la meno peggio. Sgomberare, prego. Qui si deve correre. Basta dubbi. Ed i sensi di colpa per la scelta sbagliata? Che ognuno trovi il suo modo per farli tacere. Ora, per favore, spegnere le quattro frecce e andale!
Che poi la suspense non è ancora finita.
Salirai in ascensore e ti domanderai: che fiore mi accoglierà stasera?
Perchè anche il gesto più romantico di chi ti sta vicino può generarti ansia ed oscillazioni nell’anima.
Avere la vicina in pensione che come migliore attività della giornata cambia la pianta nella fioriera di bronzo sul pianerottolo non è sempre facile.
A volte è bello non sapere cosa ti aspetta. Si apriranno le porte dell’ascensore e vedrai petali rossi oppure gialli. Piccola suspense, che ti dà una scossa, quel senso di possibilità, di avventura, di coraggio.
Ma le piante non hanno le radici proprio per stare ferme in un posto?
Eppoi c’è l’effetto terza sera. Torni, è vero, magari sei un po’ giù di umore, forse un po’ stanca o delusa da qualche piccolo brutto gesto vissuto nella giornata. L’ascensore si apre e vedi la nuova pianta. E non ti senti eccitata, ti domandi dove è finita la piantina bianca che ti ha accolto nelle due serate precedenti. E ti senti triste perchè sei sul pianerottolo, stanca, con le chiavi di casa in mano, e non c’è la piantina bianca. E questa nuova ti innervosisce pure, perchè tu volevi la piantina bianca, la tua piantina bianca ad aspettarti, come ieri, e come l’altro ieri.
Ci si può affezionare ad una piantina bianca vista due volte?
E che male c’è? Non è ragionevole? Ah, ecco.
Accendo le quattro frecce.

Grazie

Ogni giorno ho la prova di quanto tutti siano gentili con me, di ogni ceto, professione, età, sono tutti cordiali.
Sono tre anni che sono abituato ai giochi di lotta e nascondino del falegname che abita sotto casa mia. Alcune mattine mi aspetta pure nascosto dietro un angolo, io faccio finta di non vederlo, e così lui si diverte a saltare fuori all’improvviso e riempirmi di grattini. C’è da rotolarsi a terra dalle risate.
Da qualche mese poi c’è il signore con la macchina sgangherata che mi chiama anche da lontano per salutarmi. E quando mi avvicino inizia ad imitare Cleo, la cagnolina sua vicina di casa, e mi racconta tutte le sue avventure, tanto che mi sta venendo proprio voglia di andare a conoscerla, questa Cleo.
E non parliamo della mia vicina; mi ha odiato per mesi, soprattutto quando dedicavo certe ululate alla cagnolina di turno, sapete, sono un latin lover. Ma ora mi adora anche lei, l’ho conquistata a tal punto che una volta che mi ero perso sulla scia di una cagnetta, lei mi ha aperto il portone ed ospitato a casa sua.
Ma la sorpresa più grande è stata vedere i sorrisi aperti, sinceri e disponibili dei nuovi arrivati.
Si sono piazzati, ormai da settimane, lungo l’argine, dei signori, tutti molti simili tra loro, probabilmente fratelli, non so se c’entrano con le nuove costruzioni, forse sì, forse no, forse sì.
Ogni mattina passo di là e loro mi sorridono, poi alzo la zampa, schizzo un po’ di pipì da quelle parti, e loro mi sorridono ancora. Gente davvero a modo.
Mi è capitato di centrarne qualcuno con un po’ di schizzo, sporcando i loro colletti bianchi. E che è successo? Nulla, continuano a sorridermi.
Ma il massimo è stato l’altro giorno. Girovagavo sul ponte ed ho visto qualcuno di loro pure là, forse prendeva il sole. Io avevo bevuto molto e mi è scappata tanta pipì. Mi giro per verificare il mio odoroso tracciato quando, non credevo ai miei occhietti, c’era una marea di grazie per me, per la mia pipì. Loro e vicino una marea di ringraziamenti.
Grazie, grazie, grazie Liguria, vabbè sì, qualcuno ha sbagliato il mio nome, io mi chiamo Cosmo non Liguria. Ma va bene lo stesso. Grazie a tutti voi, è stato un piacere fare la pipì con voi tutti.

Ti devo lasciare

Sai, ho riflettuto a lungo ed ormai non c’è più nulla da fare.
No, non è colpa tua.
Ma mi sono rotto, ho sopportato troppo a lungo. Tutti quegli sguardi, tutte quelle persone che stavano in piedi davanti a me e che non facevano altro che guardarmi e fare commenti. Io riflettevo, e stavo zitto ed immobile. Sai, penso che un’immagine valga più di mille parole. Ma loro continuavano con i loro giudizi.
Ti ripeto che non è colpa tua. Anzi tu sei quella che mi ha spesso protetto e nascosto dai loro sguardi.
Mi ricorderò sempre delle tue morbide curve e della delicatezza con la quale ogni tanto mi sfioravi.
Eri il mio spiraglio di vita, sì, tra noi due eri sicuramente tu quella più aperta, più flessibile. Io stavo sempre fisso nella mia posizione.
E sai bene, quindi, che non hai da rimproverarti nulla.
Chi poteva sapere che sarebbe entrata quella ragazza e si sarebbe messa tra noi due.
Mi ha fissato a lungo, continuava a muoversi di fronte a me e a dirmi bello, si toccava, si girava senza togliermi un attimo gli occhi di dosso. E tanto ha fatto che mi ha colpito, ha fatto centro, nella mia parte più fragile. Non ho saputo resisterle.
Ma ora non parliamone più. E’ difficile rimettere assieme tutti i pezzi, ed ho riflettuto a lungo. Ed ora sono a terra per tutto quello che è successo.
No, non ne sto facendo una tragedia. Ma capisci bene che non c’è più modo ora di stare ancora con te.
E’ a lei che continuo a pensare, pagherà per quanto è successo, e le toccherà un futuro incerto.
Saranno almeno sette anni di sfiga.

Disse lo specchio in frantumi alla tenda del camerino della boutique.

Futuro

La tua vita sarà come le onde di questo mare
inquieta e tranquilla a seconda del vento
Si muoverà talvolta con la corrente
Ma come l’orizzonte che vedi sarà infinita di possibilità
Ospiterà lussuose navi da crociera e piccole barche di pescatori
e sarà ricca di pesci, alghe e sassolini

La tua vita sarà maestosa come questo mare in inverno
e sarà umile come la schiuma che bagna la riva e si ritrae
Toccherà terre lontane e si perderà a largo, forse
Ma si nutrirà sempre dei sogni nascosti tra le onde
Si colorerà di tutte le sfumature del blu
senza perdere il suo salato

La tua vita custodirà misteri in fondo al cuore come i fondali di questo mare
ed alzerà idee e pensieri con la spinta delle maree
Succederà che travolgerà qualche corpo inerme
Ma si rinnoverà di amore con l’aiuto dei fiumi
Cullerà le zattere e si ornerà di vele
e sarà conforto per chi è accaldato dai giorni

La forza e l’infinito di questo mare è un ruscello di fronte alla tua vita
se sarà specchio della tua anima

Musica

Sto masticando un po’ di CD. Per un lungo tempo sono stati impilati sul comò in camera da letto, non so per quale ragione; da qualche settimana, però, sono tornati ad occupare il portacd di metallo vicino all’ingresso.
Sto selezionando tutte le raccolte sdolcinate, tengo solo rock duro, Subsonica, Aretha Franklin, e conservo pure quelle compilation anni ottanta, più che altro sono nel ripiano più alto e non le riesco a tirar fuori facilmente.
La mia coinquilina in questi giorni è di pessimo umore. Preferisco perfino quando è nervosa o incavolata nera e mi urla senza motivo, se solo le sto un po’ appiccicato, piuttosto che vederla così. Quando è uscita di casa stamattina aveva lo sguardo più triste di quelli che riesco a fare io quando cerco di accapparrarmi un biscotto in più.
Quindi ho pensato bene di tirarla su, iniziando con l’eliminare tutta sta musica melensa che si ascolta stando seduta sul pavimento vicino allo stereo.
E’ uno strazio assistere a quella scena, meglio mangiucchiare in fretta e togliere i CD dalla circolazione. E per evitare che si butti sul letto e passi al buio tutta la sera, quasi quasi appena ho finito qua salto a grattare un po’ tra le lenzuola ed i cuscini, non prima, certo, di aver scavato tra i vasi sul terrazzo.
Lo so è un lavoro sporco ma qualcuno lo deve pur fare.
L’ultima volta che l’ho vista con quello sguardo spento sul volto sono dovuto scappare per mezz’ora per riuscire a farla stare un po’ più fuori casa al sole. Ero molto stanco ma il risultato è stato sorprendente.
Girandomi ogni tanto mentre correvo veloce davanti a lei, vedevo che agitava le braccia e gridava qualcosa. Sicuramente stava ballando e cantando grazie a me.

L’orso e la farfalla

C’era un orso che viveva tranquillo e solitario in una tana. Mangiava, dormiva e, ogni tanto, si fermava a fare due parole con gli altri abitanti del bosco.
Qualche volta si perdeva ad osservare una farfalla colorata che volava sopra gli alberi, tra quelle parti. Non sembrava essere di quell’ambiente, forse era emigrata per sbaglio dai tropici. Era molto diversa dall’orso, ma lui la osservava incuriosito.
La farfalla divertita da quel buffo orso iniziò a volare più basso, vicino a lui, finchè cominciarono a giocare insieme, tra lo stupore, l’allegria e l’approvazione degli altri animali.
Ma la diversità della farfalla e la perplessità dell’orso su quel esserino troppo delicato per il bosco fecero presto scemare i primi entusiasmi, ed appena la novità arrivò in quel verde, l’orso cambiò idea.
Un importante personaggio del circo fissò il suo tendone nel bosco e con due sorrisi e due complimenti convinse l’orso a far parte dello spettacolo.
L’orso iniziò con il cercare meno la farfalla, trascorreva molto tempo nel circo senza raccontarle mai quello che faceva lì dentro. Talvolta, quando era in gruppo con gli altri animali e c’era anche la farfalla, riportava entusiasta di applausi ricevuti, ed invitava la farfalla, la quale si sforzava di farsi vedere contenta per lui anche se non condivideva il suo nuovo modo di divertirsi, ad entrare a vederlo esibire.
Un giorno la piccola farfalla entrò da un buco nel tendone durante lo spettacolo, per cercare di condividere quelle atmosfere tanto raccontate dall’orso ma, nonostante lo sforzo, si sentiva estranea; al momento degli applausi, poi, tutte quelle mani che battevano forte furono per lei solo fastidio ed anche pericolo di essere colpita ed uccisa.
Volò veloce fuori pensando tristemente che con l’orso non avrebbe più potuto condividere nulla.
Quella stessa notte un violento temporale invase il bosco, la farfalla non trovò riparo in tempo e bagnò le sue colorate ali, finendo a terra.
I tuoni ed i lampi non facevano nel frattempo dormire l’orso nel tendone, ormai passava diverse notti lì dentro. Il pesante orso, innervorsito dall’insonnia, si alzò e seguì una musica proveniente da fuori. Buttò la pesante testa oltre una fessura e riconobbe a terra la piccola amica in difficoltà.
Corse sotto la pioggia, raccolse con tutta la delicatezza possibile la farfalla e se la mise al petto cercando di asciugarle le ali e riparandola dall’acqua.
Al mattino, svegliandosi, l’orso bruno vide la farfalla colorata volteggiare sul suo muso stuzzicandolo ad alzarsi.
Non è neanche da dire che nei giorni seguenti gli animali del bosco videro spesso l’orso passeggiare tra gli alberi con l’allegra farfalla sulla testa.
Chi passava di là cercando il tendone del circo si fermava prima, incantato dalla scena dell’orso e della farfalla che, incuranti degli sguardi, continuarono a divertirsi insieme per molto molto tempo.

La pubblicità

Con la città di nuovo libera da turisti, stamattina ho deciso di farmi un giretto tranquillo, dopo la confusione dei giorni scorsi. Tutta quella gente che correva frenetica a riempire borsoni di spesa per il pranzo di Pasqua, in coda a sbuffare e litigare, in passeggiata a lamentarsi dei pochi soldi pensando già a come far passare il prossimo ponte di aprile.
Per fortuna io me ne stavo a sollazzarmi al sole, un sole tiepido ma piacevole che faceva risplendere ancora di più il mio lucido pelo nero, conquistando le carezze dei passanti, di quei pochi, a dir la verità, che non mi calpestavano presi della loro nevrotica passeggiata, e che, per lo più, non superavano il metro di altezza.
Alle prime ore del mattino ho lasciato passare i musi che si recavano al lavoro contando i soldi spesi nel lungo finesettimana, in giro o tra pranzi e cene, e quindi sono trotterellato fuori a rimarcare il territorio contaminato da piscio straniero.
E’ bello perdersi tra le aiuole del lungomare, quando punto il naso in aria e vedo un nuovo cartellone Media Store. - Oh toh, guarda - ho pensato - hanno aperto un altro negozio di informatica, mmm era meglio un negozio di cibo per animali -.
Ma poi vedo che c’è sempre la piscina. Cosa ci farà mai un’enorme insegna di informatica sopra l’entrata di una piscina?
Sono solo un meticcio di tre anni scarsi, di pochi chili e con le zampe storte; ho conosciuto la paura in un cassonetto della spazzatura, ma ancora non riesco a comprendere queste cose, e mi levo da là sotto scodinzolando verso il molo. Non vorrei rimanere colpito da tanta pubblicità.

La tartaruga

7.30. Suona la sveglia. Mi sento strana stamattina, forse non ho riposato bene.
Sono ancora un po’ addormentata ma ho voglia di alzarmi, sposto il piumone e faccio per appoggiare il piede sul tappeto.
Un rumore. Mi ritrovo sul pavimento smarrita ed incerta a muovere lenti passi trascinandomi sotto una pesante corazza.

“Sta squillando il telefono, rispondi?”
La mia collega sta urlando mentre ancora un po’ incantata alzo la testa dalla mia postazione di lavoro.
Sono le 17.30 di una delle prime giornate di novembre, fa buio presto ora, ed io stanca e pensierosa avevo appoggiato per un attimo la testa sulla scrivania addormentandomi.

“Ho sempre guardato con un misto di perplessità e di invidia la nascita delle tartarughe marine: appena sgusciate si muovono dritte e sicure verso il mare. Forse non sanno neppure chi sono né dove si trovano, ma di sicuro sanno dove vogliono andare.”
Con questa infelice, ma autentica frase si era conclusa una meravigliosa storia d’amore.
Avrei potuto dire: “ Sì, caro, ti seguirò e ti amerò per sempre.” Ma io no, io sincera e diretta, ero stata dapprima in silenzio e poi avevo inviato questo messaggio, pieno di insicurezze, dubbi e fragilità.
Cresciuta in assoluta indipendenza, senza conoscere la storia della famiglia con la quale avevo convissuto per anni, in una città che non mi rappresentava affatto, come facevo ad essere sicura di riuscire a vivere con la stessa persona per sempre.
Conosceva, lui, i miei alti e bassi, i miei inspiegabili silenzi, le mie improvvise euforie?
Avrebbe, lui, accettato e sopportato le mie disordinate cene, le mie dormite domenicali, le mie nottate insonni, la mia pigrizia o i miei frenetici programmi?
Romantica idealista ben nascosta dietro ad una corazza di razionalità, non avrebbe forse lui deluso il sogno di un Amore Eterno?

In quella stanza semibuia, da sola, mi ero accasciata davanti al monitor del computer, stremata da mesi fatti solo di pensieri, di nervosismi e di lacrime. E chiara e luminosa mi era apparsa l’immagine.
Tutte le tartarughe delle mia collezione posizionate ordinatamente sulla mia scrivania si stavano muovendo. Ed io con loro, mi dirigevo goffamente verso il mare, trascinandomi una corazza piena di dubbi, per ultimo “lo amo e voglio vivere con lui?” Barcollando inesperta, mi muovevo sul bagnasciuga cercando di raggiungere le piccole onde della riva che mi avrebbero aiutata a trovare il mare.

Ore 18.00. Esco finalmente dall’ufficio, e mi incammino verso casa, attraversando le strade buie della città come se fossi su un bagnasciuga, e mi domando se c’è ancora un’onda pronta a prendermi e portarmi via con sé.

Volevo un vestito bianco

Girai tutti i negozi della mia città alla ricerca di un abito bianco senza trovare nulla.
Andai nei negozi delle città vicino ma se ne trovavo uno bianco, e mi potevo accontentare anche di un modello appena appena soddisfacente, di sicuro era troppo grande per me. Della mia taglia, sì che mi stavano pure bene, mi proponevano vestiti blu, rossi, viola. Non bianco.
Ripiegai così alle bancarelle, ai siti di e-commerce e perfino ai mercatini di usato.
Proprio in un negozietto di usato, quando stavo perdendo ogni speranza ed ogni voglia di cercare, fui attratta improvvisamente da un pezzo di stoffa bianca che sbucava da un appendiabiti con le rotelle. Forse un po’ retrò, ma mi colpì decisamente. Pizzo di sangallo, taglio perfetto e, sebbene usato, era stato conservato con cura e sapeva di fresco.
Lo provai: sembrava cucito addosso. Me lo tolsi subito e lo appoggiai un attimo fuori dal camerino per non rovinarlo nel caos di quello stanzino affollato di abiti dismessi, per poi rivestirmi ed avviarmi alla cassa. Quando vidi una ragazza di piacevole presenza, con dolci occhi chiari, avvicinarsi con fare sicuro, e più determinata di quanto fossi stata io, lo tirò a sè.
“Ah che bel vestito bianco. Sono anni che vesto solo di nero e ho una voglia matta di cambiare. Mi riporta all’adolescenza questo abitino, ne avevo uno come questo, sembra proprio lo stesso. Che voglia di romantici ricordi.”
“Ma l’avevo visto io, l’ho già provato, è l’abito per me. Sei sicura che vuoi veramente questo? Tu hai già indossato un abito bianco così, io no. Ora tocca a me.” avrei voluto dirle, urlarle.
Ma le mie paure, o forse il mio orgoglio, non me lo permisero.
Tornai a casa senza l’abito bianco, e, dopo averne portati un paio giallo canarino, decisi che era il caso di rimanere nuda a mettere ordine nel mio guardaroba.
Mi capitava però, ogni tanto, di intravedere la bella ragazza con l’abito bianco. Anche se non sembrava più tanto contenta del suo acquisto, e neanche tanto curante di tutto quel delicato bianco.
Volta dopo volta, vedevo il suo sguardo meno dolce, e l’abito riempirsi di macchie nere.
Forse se ne rese conto anche lei, perchè un giorno corse verso uno scaffale di un bel negozio di moda del centro, prese un elegante tubino nero e lo indossò, lasciando a terra l’abito bianco a macchie nere.
La vidi appoggiarlo lì, vicino a me.
Ma dico io, perchè ora dovrei volere indossare un dalmata?

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